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Filmografia

Una selezione di Film che affrontano tematiche affini a quelle di cui CADOM si occupa e che hanno raccolto la nostra attenzione.

 

tidoimieiocchi

TI DO I MEI OCCHI – di Iciar Bollan Pilar

Dopo l’ennesima violenza subita dal marito Antonio, decide di trasferirsi momentaneamente presso sua sorella Ana, portando con se suo figlio Juan. Antonio però non si da pace e cerca in tutti i modi di farsi perdonare dalla moglie, frequentando dei corsi per la gestione dell’ira assieme ad altri uomini con il suo stesso problema.

Dopo aver notato un apparente cambiamento nel marito, Pilar decide di tornare a vivere con lui. Tuttavia ella si troverà ad affrontare altre violenze da parte del coniuge, che arriverà a chiuderla nuda fuori dal balcone. Dopo questa umiliazione, Pilar deciderà definitivamente di denunciare e quindi lasciare il marito, facendo capire che ormai di lui non le importa più niente.

Per le donne tra i 15 e i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità. “Ti do i miei occhi” analizza questa situazione attraverso Pilar e Antonio e attraverso le persone che li circondano: una madre che giustifica la situazione, una sorella che non capisce fino in fondo, ed un figlio che vede tutto ma non dice niente. Una storia d’amore, di paura, controllo e potere. La fuga della protagonista Pilar, le sue mani che accudiscono il figlio Juan, l’inverno spagnolo che ricopre con un manto freddo e intimo le membra gelate di un passato funestato dalla violenza del marito Antonio; poi la rinascita, custodita dalla sorella e dalla madre della donna, che osservano, scrutano, pregano. Lo sguardo di Iciar Bollain non ha contegno, misura, ordine. Brucia i corpi, amandoli in modo forsennato e violento, arrivando all’assoluto partendo dalla cronaca di un fatto.

C’è un corpo martirizzato, una dimensione domestica andata in frantumi, l’alito di vita pressante e violento di un uomo che reclama il corpo della donna amata, i suoi occhi; la fisicità impressionante di questo universo è racchiusa nel bisbiglio dolente e quasi timido di occhi offerti e mai restituiti. Sono quelli di Pilar che si ostina a vivere nella doppia dimensione di un presente negato, quelli di Antonio che reclamano bagliori emozionali mai placati.

 

acquesilenzioseACQUE SILENZIOSE – di Sabina Sumar

Nel 1979: Pakistan durante il governo del generale Zia-ul-Haq. In un piccolo villaggio del Punjab, la quarantenne Aisha ha deciso, dopo la morte del marito, di dedicare la vita all’educazione del figlio Salim, 18 anni, innamorato della bella Zoubia. Ma l’avvento della legge islamica integralista sconvolge la vita della donna. Salim, infatti, poco alla volta trascura sempre più i suoi sentimenti per far parte di un gruppo di attivisti. Inoltre, l’arrivo in paese di alcuni pellegrini indiani risveglia nella donna ricordi strazianti del suo passato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

waterWATER – di Deepa Metha

India, 1938. Chuya, una ragazzina di appena otto anni, viene allontanata dalla sua famiglia e trasferita in una casa ritrovo per vedove indù, per espiare la colpa d’un marito perso e mai conosciuto, attraverso l’eterna penitenza imposta dai testi sacri. Tra veglie e preghiere, la ragazzina porterà una ventata di freschezza – e di scompiglio – che contagerà l’affascinante Kalyani, giovane vedova innamorata di Narayan, un fervente idealista sostenitore di Gandhi. Il film di Deepa Mehta va a concludere una personale trilogia sugli elementi acqua, fuoco e terra.

Il tema trattato – la condizione della donna e in particolare delle vedove – apre nuovi spiragli su una condizione di disagio che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dalle conquiste del “profeta” Gandhi, contagia centinaia di migliaia di donne costrette alla ferrea osservanza delle pratiche religiose. Se l’argomento è encomiabile nel suo tentativo di scardinare i dogmi della tradizione per far posto ai mutamenti sociali e culturali, il film in sé resta paradossalmente impigliato proprio in questo tentativo. Il labile confine che separa il tono documentaristico dalla finzione filmica si perde in scene didascaliche e incomplete, in recitazioni affettate e poco credibili, nella lezioncina da cinema (b)hollywoodiano – con tanto di lacrima finale – buttata giù a memoria e tutt’altro che impeccabile. Un film che apre uno spiraglio di speranza e di conoscenza in più su pratiche sconosciute al grande pubblico, ma che scontenta il botteghino – e gli spettatori – per l’eccessiva austerità.

 

born-into-brothelsBORN INTO BROTHELS – di Zana Briski e Ross Kauffman

Una fotografia per raccogliere in uno scatto tutta l’angoscia dell’esistenza. Nati nella parte sbagliata del mondo, nel posto peggiore (un bordello), dove la tristezza è impressa nei lineamenti del volto e il destino un’illogica certezza. Oscar per il miglior Documentario nel 2005, Born into Brothels si immerge con discrezione e disincanto nella sporcizia e nella povertà del quartiere a luci rosse di Calcutta, raccontando le fatiche di un gruppo di bambini costretti a confrontarsi quotidianamente col loro peccato originale: essere nati in un bordello, figli o fratelli di donne obbligate a prostituirsi per sopravvivere alla miseria. La fotografia come mezzo d’espressione ed emancipazione, è questo quello che la fotografa professionista Zana Briski e il documentarista Ross Kauffman, realizzano attraverso il loro film.

La realtà senza speranza trasformata attraverso gli scatti fotografici in un desiderio di rinascita, un disagio filtrato, uno strumento per guardarsi intorno e regalarsi un’istruzione che possa dar voce all’infanzia negata e restituire la dignità perduta. Iniziato nel 1998 – quando la Briski si trasferisce a Calcutta per vivere fra le prostitute – Born into Brothels è un documento straordinario, privo di retorica, necessario. Le fotografie che negli anni hanno fatto il giro del mondo – frutto del talento degli otto ragazzi – sono la dimostrazione di come la fantasia e la curiosità siano fondamentali per uscire da una condizione di estremo disagio, mentre il lottare quotidiano diventa l’elemento fondamentale per raggiungere la salvezza. Un documentario per chi ha ancora la forza di indignarsi.

 

 

terrapromessaTERRA PROMESSA – di Amos Gitai

Gitai alle prese con un soggetto di vergognosa attualità, trova un difficile equilibrio tra la sua produzione strettamente documentaristica e quella di finzione. Promised land apre uno squarcio sul traffico di prostitute bianche che imperversa in medioriente, raccontando la storia (finta) di otto donne dell’Est che vengono fatte passare attraverso il deserto del Sinai e vendute all’asta come bestie, passando per abusi di ogni genere.

Gitai sembra consapevole di avere per le mani una storia terribile e decide di lasciare impresso il marchio del degrado piuttosto che perdersi in divagazioni della trama. L’operazione riesce sia dal punto di vista narrativo che visivo, e il film che ne risulta si compone di poche, prolungate sequenze di estrema crudezza che costringono chi guarda a deglutire bile più di una volta.

C’è anche una ragazza occidentale che vaga nel film, non si capisce bene a fare cosa: una metafora della posizione dell’Occidente? Menzione indispensabile per Hanna Schygulla, attrice-feticcio di Fassbinder, che regala un’interpretazione ipnotica e di classe superiore.

 

 

 

 

mipiacelavorareMOBBING – MI PIACE LAVORARE – di Francesca Comencini

Anna, segretaria di terzo livello, comincia ad avere problemi sul lavoro: i colleghi non la invitano più a prendere il caffè, il suo posto di lavoro viene ‘distrattamente’ occupato, nessuno si siede più vicino a lei durante la pausa mensa, il direttore del personale la ignora. Le vessazioni e i problemi di lavoro pian piano iniziano a logorare la vita di Anna, sola e divorziata, che ha come unico conforto il suo rapporto con la figlia Morgana…

Mi piace lavorare è il primo film che affronta il tema del mobbing e del bossing, termine che sta a indicare un atteggiamento di persecuzione, di isolamento e di violenza psicologica cui un lavoratore viene sottoposto nell’ambiente di lavoro, in modo da costringerlo a licenziarsi.Il film è basato sui racconti di una quindicina di lavoratori mobizzati, che cioè hanno subito in prima persona l’esperienza del mobbing. La regista ha scritto la sceneggiatura basandosi su fatti realmente accaduti, raccolti in collaborazione con lo sportello anti-mobbing della CGIL, e sui racconti riportati in un documentario di ritratti girato da lei stessa in precedenza.Eccezion fatta per Nicoletta Braschi, il film è interamente recitato da attori non professionisti.

 

 

 

 

MariannaUcrìaMARIANNA UCRIA – di Roberto Faenza

In Sicilia, nella prima metà del Settecento, la dodicenne Marianna Ucrìa viene portata dal nonno ad assistere ad una impiccagione, nella speranza che lo spettacolo possa farla guarire dal mutismo. Ma tutto risulta vano. Marianna non parla e non sente. Viene così indotta dalla madre a sposare lo zio Pietro e, quando arriva a sedici anni, ha già partorito tre figli. Diventata giovane donna, accoglie la visita di un istruttore francese che l’avvia al linguaggio dei segni e le fa conoscere le idee filosofiche che si muovono per l’Europa.

Quando il marito muore, Marianna si trova a dover gestire la propria vita e i rapporti con gli altri. Dimostra così di aver acquisito una forte personalità che le permette di governare i rapporti con la servitù e una importante relazione sentimentale con il fratello della propria serva Fila.

Ormai donna matura e consapevole, Marianna è in grado di capire il terribile segreto che le era stato nascosto: il suo mutismo è derivato dal trauma provocatole dalla violenza sessuale subita dallo zio Pietro.

 

 

 

 

locandina la bicicletta verde

 

LA BICICLETTA VERDE – di Haifaa al-Mansour

Wadjda è una ragazzina di dieci anni che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur vivendo in un mondo conservatore, Wadjda adora divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Dopo un litigio con il suo amico Abdullah, un ragazzo del vicinato con cui non potrebbe giocare, la bambina vede una bella bicicletta verde in vendita. Wadjda desidera la bici disperatamente per battere Abdullah in velocità, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola.